via del Pellegrino 17/r
a cura di Alessio Bertini e Martino Margheri
A una riflessione sul senso di collettività, intesa come insieme di individui legati da comuni radici culturali, si è unita subito dopo una riflessione sul termine collettivo, inteso a sua volta come insieme di individui legati da scopi comuni. Sia le abitudini socioculturali che gli scopi di un gruppo di persone sono dipendenti dalla stessa causa: l'adattamento ambientale. Questo richiede l'istituzione di un codice di regole definito ordine tramite le quali il gruppo di persone si riscopre come comunità.
Queste regole - e il riferimento non è strettamente legato all'ambito legislativo - ci permettono di rispondere adeguatamente, rispettando il nostro istinto d'autoconservazione, alle sollecitazioni esterne ed interne alla società. Ci insegnano a relazionarci con altri gruppi sociali, con l'ambiente naturale, addirittura con noi stessi e con la nostra intimità. La religione, per esempio, ci aiuta a stabilire un rapporto con la morte.
È proprio questo passaggio da sociale a personale che interessa la nostra analisi. Quanto è affidabile questa proiezione da singolo a multiplo? Quanto gli stati d'animo della società (quelli che ritroviamo sui giornali, quelli che le scelte politiche dovrebbero rispettare ma che molto spesso si limitano a condizionare) sono specchio dell'intimità umana? Per rispondere a queste domande presentiamo il lavoro di alcuni artisti che si sono posti criticamente davanti a queste tematiche universali ma sembre tangenti alla quotidianità.
Enrico Abrate elenca fedelmente gli strumenti della medicina legale trovati in un obitorio londinese presentandoli con severa freddezza. Emanuela Ascari racconta il suo viaggio in Romania per ritrovare la casa dei nonni materni. Jacopo Jenna descrive il corpo umano come principale veicolo linguistico, in una ricerca che mescola la sua attività di danzatore con il mondo della fotografia e del video. Janne Schäfer e Kristine Agergaard indirizzano l'attenzione verso l'aprirsi di un futuro a doppia strada tra speranza e timori. Stephanie Gerner realizza un architettura di relazioni difficili, dove la persona è riproposta come elemento fondamentalmente insicuro. Infine Adam Nankervis presenta un componimento poetico sull'idea del coraggio.
L'intimità del singolo diventa il laboratorio d'analisi della società, specialmente nelle sue ansie e nei suoi desideri. Mettersi alla ricerca di quei “movimento minimi” è diventato un momento di riflessione importante, perchè là dove la società trova delle problematiche insormontabili, l'individuo sembra riuscire a girare la boa.
Fotografie di Giovanni Pasi





