via Giuseppe Garibaldi 12
a cura di Matteo Bergamini
CLANDESTINITÀ
lo griderei per salvarmi la pelle, ma sottovoce.E se fosse necessario crederci, ci crederei,e subito dopo morirei di vergogna.Jean Genet
Essere clandestini significa affermare la propria identità di individuo, rimarcare la propria presenza nonostante un’aura di invisibilità. Una mostra che non vuole essere una sorta di teatrino buonista ma una presa di posizione verso quella che è la clandestinità dell’arte, della rappresentazione, il potere dell’immaginario di mutarsi in diversità assoluta, inquietante…esattamente come sono inquietanti e disperatamente marcate le immagini che identificano attraverso lo spettacolo diffuso dei media l’immigrato senza permesso, senza visti di sorta né documenti ufficiali.
Il clandestino si fonde con l’idea del pericolo, della deviazione dalla norma, dell’agitazione.
Un essere vagante sans papier, che dunque appartiene a tutti e a nessuno, a ogni territorio e a tutte le politiche: una bomba o un miracolo, un messia o un demone, un ente misterioso all’interno di una nebulosa da dissipare.
Eppure quel che è definito “l’irregolare” è un essere coraggioso, forse coraggiosamente disperato, alla ricerca di una nuova dimensione all’interno della quale potersi muovere serenamente.
Eppure le ribellioni o le fughe possono essere anche poetiche o ironiche, esattamente come avviene nel lungometraggio I love Radio Rock, dove una schiera di seguaci di una radio pirata è pronta a gettarsi in mare pur di salvare una causa che secondo il governo inglese della metà degli anni sessanta andrebbe lasciata affogare. Perché? Perché il clandestino porta una nuova possibilità di visione, un nuovo modo di concepire il proprio passato e il proprio futuro: è il reinventarsi di una società, il mescolarsi per dare vita ad un nuovo connubio dell’esistenza.
L’arte che non si assoggetta ai piccoli discorsi e al suo piccolo mercato è clandestina: il visivo che esce dai paradigmi precostituiti va militarmente riportato alle regole o ignorato: è clandestina la bellezza senza canoni, il sublime che turba, l’estetica pericolosa, l’intromissione del rischio nell’andamento statico della quotidianità.
Clandestinità è lo sguardo di sei artisti eterogenei che, attraverso differenti punti di contatto, interpretano originalissimamente una visione sulla realtà e sulle perplessità che ne derivano dall’osservazione, in cui la percezione di un’alterità è riportata tramite una serie di “fraintendimenti”; un universo quotidiano composto da cuscini, capi d’abbigliamento, libri o coltelli diviene il territorio in cui si insinua lo spettro della minaccia, di una strana idea che ronza nella mente e che mantiene sulla pelle un invisibile e continuo stato d’allerta.
Matteo Bergamini
Fotografie di Filippo Menichetti





